Dovevano essere i Beatles, furono gli Stones. Doveva essere “One Plus One”, fu “Sympathy for the Devil”. Con una strana preveggenza il produttore Iain Quarrier, reo di aver guastato il montaggio finale di Godard, nel film è il nazista titolare della libreria dove Mein Kampf va a braccetto con Playboy e giovani comunisti sono presi a schiaffoni da imberbi reazionari. Godard saltò alla gola di Quarrier durante l’anteprima londinese, esortò gli spettatori a boicottare la proiezione, negli anni a venire disse male, ricambiato, di Jagger e Richards.

Ma intanto “One Plus One” director’s cut rimane una commistione di linguaggi (cinematografico, musicale, politico) che agisce libera da ambizioni di evidenza e testimonia astraendosi un fenomeno (il rock) all’interno di un tempo-mondo (il ’68) in cui lo stesso regista si sente sperduto, frammentato. E dunque, allontanandosi fisicamente dal Maggio Francese, cerca di raccogliere a Londra pezzi di cultura cosiddetta rivoluzionaria da incollare gli uni agli altri, per osservare alla giusta distanza un quadro dove i long take sulle sessioni in studio dei Rolling Stones tengano insieme i proclami black power delle Pantere Nere pronte alla lotta armata, le trappole di una democrazia che si esprime a monosillabi, le parole clandestine che fondono e fondano universi possibili (freudemocracy, cinemarxism, sovietcong).

La somma non è pari: uno (Godard) più uno (i Rolling Stones) non fa due, perché quel più cova incognite che emergono al di fuori dal controllo creativo. Brian Jones è già fantasma mentre Mick e co. provano le ritmiche di “Sympathy for the Devil”; la sua immagine si oppone all’immagine triplice di Anne Wiazemsky, allora moglie di Godard, mentre una voce acusmatica legge in overlapping brani di un romanzo inventato stile Burgess, tra fantapolitica e pornografia, e la macchina da presa si muove in instancabili carrelli, riprendendo poi abbandonando personaggi come non esistesse un focus dell’azione ma solo una costante distrazione.

Chiniamo il capo e interpretiamo la qualifica data al film dall’impagabile Keith Richards (“Un cumulo di stronzate”) come una seria difficoltà di tracciare perimetri, lineamenti. “One Plus One” è un corpo estraneo, un oggetto non identificabile che gira come uno squalo invisibile intorno alla più famosa rock ‘n’ roll band della storia, e proprio nello sfuggire a comprensioni immediate ridiscute, volente o nolente, schemi di realtà.