Ci ha messo qualche tempo, David Fincher, a raggiungere l’empireo cinematografico. Almeno fino a “Il curioso caso di Benjamin Button” la sua carriera si è fatta parecchi giri di montagne russe, fra i flop al botteghino di “The Game” e “Fight Club” (per fortuna dell’umanità poi rifattosi nell’home video) e le impennate di critica e pubblico di “Seven” e “Zodiac”. Esteta ma non barocco, virtuosistico e mai impersonale, Fincher si impegna da sempre nello sviluppo e nell’impiego di effetti digitali, probabile retaggio di quando appena maggiorenne lavora per la Industrial Light & Magic di George Lucas: c’è anche la sua mano nel comparto visivo di “Il ritorno dello Jedi”, “La storia infinita” e “Indiana Jones e il tempio maledetto”.

1984: escono i film a cui ha contribuito, lui esce dalla IL&M e si piazza dietro la macchina da presa, facendosi le ossa siglando dozzine di spot per Nike, Coca-Cola, Chanel, Levi’s, ecc.; e videoclip per Rick Springfield e The Outfield. L’attività registica lo spinge a fondare la Propaganda Film, compagnia di produzione talmente inserita nel boom dei music video che nel 1990 un terzo di essi, negli Usa, porta il marchio Fincher & Company. Lui, d’altro canto, è passato dagli Outfield a Sting, Michael Jackson e Madonna, per la quale gira quattro video nell’arco di due anni, fra cui “Vogue”. Ed è nello stesso periodo che la Twentieth Century Fox gli sbologna una sceneggiatura scritta e riscritta da dieci persone diverse pronta a essere concretizzata in un sicuro fallimento: “Alien 3” è l’esordio nel lungometraggio di Fincher, che si scontra subito con i mostri sacri dentro e fuori il grande schermo (la saga di Alien, le majors) e ne uscirebbe anche benino, checché se ne dica, se ai piani alti non decidessero di distribuire in sala una versione del film tagliata di trentacinque minuti e rimontata alla cieca.

Comunque: l’impronta stilistica di Fincher in “Alien 3” è già visibile, ed esplode formalmente e monetariamente tre anni dopo, nel 1995, in “Seven”. Il regista è ormai consacrato al cinema ed eccezion fatta per “Love is Strong” dei Rolling Stones e “6th Avenue Heartache” dei Wallflowers non ha più spazio per i videoclip. Cioè fino al 2000, quando a reclutarlo è Maynard James Keenan dei Tool per il side project A Perfect Circle. Reduce dalla radicalità visiva di “Fight Club”, Fincher porta nel video di “Judith”, realizzato con scarsissimo budget, le nevrosi figurative (digitali) di Tyler Durden, fra camera shake, graffi e bruciature di pellicola, fotografia livida. Cinque anni dopo è un altro nume della musica contemporanea a chiamarlo: Trent Reznor gli affida “Only” dei Nine Inch Nails, e Fincher si sbizzarrisce con gli amati fx. Il video è un bel divertissement in computer grafica, ma soprattutto segna l’inizio (o il prosieguo? In fondo “Closer” già apriva “Seven”) di una conoscenza che matura in collaborazione fruttuosa nel 2010, quando Reznor e Atticus Ross curano la colonna sonora di “The Social Network”, acchiappando l’Oscar; sodalizio artistico continuato anche con il remake di “Millennium” e con “L’amore bugiardo”.

Fra “Uomini che odiano le donne”, il coinvolgimento in “House of Cards” e il successo definitivo c’è tempo per un ultimo (per adesso) videoclip nel 2013, girato in un elegante bianco e nero: “Suit & Tie” di Justin Timberlake, che Fincher aveva usato come attore nei panni di Sean Parker, fondatore di Napster, amministratore di Facebook, attualmente membro del direttivo di Spotify.