7 INCH – INTERVISTA A NICK CANFIELD, REGISTA DI OH YEAH

In occasione della proiezione di Oh Yeah! all’interno del concorso internazionale cortometraggi di Seeyousound, cogliamo l’occasione per intervistare il regista Nick Canfield.

Canfield inizia la sua carriera come assistente alla mdp del leggendario documentarista Albert Maysles, sviluppando uno stile intimo e veritiero come direttore della fotografia e archivista per la Maysles Films. Il suo primo film, il documentario musicale The Reverend, ha vinto l’Audience Award al DOC NYC. Presentato in anteprima al Tribeca Festival, Oh Yeah! sarà distribuito da Rolling Stone Films e Documentary+.

Il cortometraggio racconta la storia quasi quarantennale del brano Oh Yeah! composto dal duo svizzero Yello. Reso famoso dal film Ferris Bueller’s Day Off, il brano diviene negli anni una sorta di richiamo viscerale che incarna la cultura degli anni ’80 più di qualsiasi altra canzone. Tramite le pubblicità che lo esaltano come richiamo istintivo e pavloviano al consumo, Oh Yeah! acquisisce uno status di meme ante-litteram. Il vortice citazionistico generato fa sì che il brano trovi spazio persino nell’ultima stagione di Stranger Things. Il film esplora il fenomeno culturale del brano e il suo posto duraturo nella psiche americana, presentando al contempo gli artisti unici che stanno dietro alla musica.

 

 

Ricordi il primo incontro con questa canzone? Per molti di noi è stato attraverso Ferris Bueller’s Day Off: è stato così anche per te, oppure è arrivato più tardi, attraverso uno dei suoi innumerevoli utilizzi successivi?
È stato proprio attraverso Ferris, ma anche grazie a un altro film degli anni ’80, The Secret of My Success, che usa la canzone in modo ancora più marcato ed è stato un film fondamentale della mia infanzia.

 

Come è nato il corto e quando hai capito che avresti voluto concentrarti proprio sulla storia di Oh Yeah?
Il mio primo film era un documentario musicale di lunga durata su un musicista che aveva una residency stabile da molti anni, e l’ho girato in modo prevalentemente osservazionale, nel corso di molto tempo. Sentivo il desiderio di realizzare un film con un focus più ristretto e l’idea di lavorare su una sola canzone mi sembrava interessante. Una mattina mi sono svegliato con Oh Yeah fissa in testa e ho pensato che quel brano dicesse molto su un’epoca e su una cultura precise. Mi sono chiesto se le persone dietro la canzone fossero singolari quanto la canzone stessa – e ho scoperto che sì, lo sono.

 

Negli ultimi anni sono usciti diversi film musicali incentrati su canzoni iconiche – Hallelujah, We Are The World o My Way, per esempio (quest’ultimo proiettato a SYS11). Secondo te cosa ha reso Oh Yeah iconica a modo suo?
Il modo in cui la canzone è diventata un vero e proprio riferimento culturale è unico. Pur inserendosi perfettamente nella cultura e nella musica degli anni ’80, è riuscita anche a diventare senza tempo. Oggi Oh Yeah è direttamente associata a determinate sensazioni e riesce a evocarle in modo immediato.

 

Spesso associamo le canzoni alle emozioni che ci fanno provare. Ci vengono in mente facilmente esempi legati alla gioia, alla tristezza, persino alla rabbia, ma molti meno che si colleghino istintivamente al desiderio e alla lussuria. È questo il superpotere di Oh Yeah?
Esattamente. In qualche modo la canzone riesce a ottenere questo risultato sia attraverso l’arrangiamento musicale sia grazie al testo. Sono emozioni altrettanto importanti da vivere ed esprimere: non c’è nulla di sbagliato nel divertirsi e nell’essere spensierati, anzi, credo che ci sia qualcosa da imparare anche da questo.

 

 

Oh Yeah sembra anche una lente perfetta per riflettere sul concetto di viralità in senso più ampio. Diresti che funziona come una sorta di proto‑meme? Sembra quasi fatta apposta per l’attuale cultura degli audio su TikTok, per esempio.
Assolutamente sì. I proto‑meme come Oh Yeah si diffondevano tramite il passaparola e l’audio: potevano essere trasmessi alla radio, ripetuti di persona e poi riutilizzati ancora e ancora in film e altri media.

 

Il tuo film è uscito poco prima di un’altra apparizione di grande rilievo del brano, nello specifico nella terza puntata dell’ultima stagione di Stranger Things. Pensi che questo possa innescare un nuovo periodo di popolarità per la canzone?
Lo spero. Credo che una nuova generazione stia ora scoprendo la canzone e che, attraverso di essa, possa arrivare anche a conoscere gli Yello. È qualcosa che continua ad accadere ciclicamente, come è successo con Oh Yeah in The Simpsons o in Rick and Morty.

 

Non è raro che gli artisti – soprattutto quelli più “seri” o snob – provino ambivalenza o addirittura ostilità verso l’opera che li ha resi famosi. È mai successo nel caso degli Yello?
Gli Yello sono meravigliosamente “rinfrescanti” nel loro atteggiamento e nella loro visione. Boris e Dieter sono riconoscenti per il successo che la canzone ha avuto e per il fatto che abbia permesso loro di continuare a fare musica e arte, esponendo allo stesso tempo l’enorme pubblico di Oh Yeah al resto del loro lavoro. Sono davvero persone che credono nell’arte per l’arte e continuerebbero a creare anche se Oh Yeah non fosse mai diventata famosa.

 

 

Questo è il tuo terzo film legato alla musica, dopo The Reverend e My Back Pages. Quanto è importante la musica nella tua vita?
La musica è molto importante per me, anche se in realtà non sono un grande musicista (anche se mi piace improvvisare ogni tanto), e la mia collezione di dischi è piuttosto eclettica ma non così vasta come quella di altri grandi appassionati. Mi interessa il modo in cui la musica influenza il nostro modo di pensare e di sentire, e come viene utilizzata. Costruisce la colonna sonora delle nostre vite, che lo vogliamo o meno, che siamo noi a sceglierla oppure no.

 

Parlando invece di influenze cinematografiche, hai spesso citato Albert Maysles come una figura di riferimento. Pensi che un film come Gimme Shelter abbia avuto un ruolo nel tuo interesse per la musica come tema ricorrente del tuo lavoro?
È possibile. Gimme Shelter è un film straordinario, soprattutto per il modo in cui mostra le storie umane dietro il concerto e dietro i Rolling Stones, che erano così famosi da essere diventati più un’icona che persone reali, per molti fan – almeno fino all’uscita del documentario.

 

Hai realizzato sia film lunghi che corti. Quali consideri i punti di forza del formato breve?
Alcuni soggetti non si prestano a essere sviluppati in un lungometraggio e funzionano meglio come cortometraggi. I corti possono essere assorbiti dal pubblico in contesti diversi, sia per quanto riguarda i media e i formati di presentazione, sia a livello psicologico.