E alla fine, i Blur

“The less we do, the bigger we get.” Tradotto, meno facciamo, più diventiamo grandi. Con questa frase, che è quasi un ossimoro, riflette Dave Rowntree, il batterista dei Blur, poco prima del primo concerto della band nel tempio di Wembley. Una frase che racchiude il successo della band icona del Britpop, tra album storici e latitanza dalla scena. Riflessioni mature, aneddoti nostalgici e quell’ironia tutta british sono gli ingredienti con cui Toby L ha costruito l’intimo Blur: To The End, documentario che racconta il sorprendente ritorno dei Blur nel 2023, con la pubblicazione dell’acclamato album The Ballad of Darren dopo otto anni di silenzio discografico.

Damon Albarn (la mente dietro a tutto), Graham Coxon (che incarna la stranezza della band), Alex James (oggi anche produttore di formaggio e fumatore incallito) e Dave Rowntree (oggi anche candidato al partito laburista). I Blur. Ci sono proprio tutti, riuniti per fare sì che le cose funzionino, per mettersi al servizio di un progetto che sanno essere più grande delle individualità, consapevoli di cosa significa essere i Blur. Perché dopo un po’ bisogna mettere da parte l’essere puntigliosi. Seeyousound inaugurerà la sua undicesima edizione proiettando questo documentario in anteprima italiana al Cinema Massimo venerdì 21 febbraio 2024.


Nonostante i fan dei Blur abbiano più bisogno di nuova musica che di documentari, quella di Toby L non è la prima opera che segue le vicende del gruppo britannico. Starshaped del 1993 diretto da Matthew Longfellow aveva immortalato Damon Albarn e soci prima della loro fama. Distance Left to Run li mostrava riunirsi nel 2010. E in Blur: To The End si riparte di nuovo da questo, da Albarn che dice “rimettiamo assieme la band” per portarla finalmente a Wembley forte dell’album The Ballad Of Darren e con un pubblico complessivo di 180.000 persone. Il quartetto inglese sa bene cosa piace alla telecamera: sciocchezze impassibili, scherzi da quattro soldi sul palco e quelle riflessioni citate in precedenza. C’è anche un momento quasi alla Spinal Tap quando Damon e Graham visitano la loro vecchia scuola: il preside mostra orgogliosamente loro un’aula studio dedicata a loro. Sono visibilmente commossi, ma suggeriscono di aggiungere un po’ di carattere creativo alla stanza e Damon propone di fumare dell’erba.

Nonostante quanto detto sembri la descrizione di un’opera celebrativa in cui i protagonisti si guardano indietro con nostalgia mentre scorrono filmati d’archivio dicendo “certo che ne abbiamo fatta di strada”, non manca la suspance. Toby L sa bene di dover tenere la telecamera sui protagonisti, sull’espressione sconsolata di Alex dopo che si lamenta e che “c’è sempre una buona ragione per non andare a letto”. Ci sono altri filmati inediti degli anni ’90, tagliati da un documentario abbandonato e piacevoli ricordi sul casting di Phil Daniels per realizzare l’iconico Parklife. Ma sono i concerti di oggi a rivelare quanta linfa abbia ancora la band. E anche la loro fan base, tra ventenni che fanno la fila per saltare in parterre sulle note di Song 2 e i più maturi ammirati da come riescano a creare canzoni allegre sulla depressione.

In Blur:To The End si mescolano emozioni sparse. Nostalgia e lacrime, per la vita inglese in campagna o in città, per gli acciacchi che porta invecchiare e per i vizi che hanno forgiato, per la famiglia e per il tempo ritrovato. Ma alla fine tutto quella che conta è la musica, e quanto i Blur hanno lasciato il segno con lei.