Negli anni ottanta milanesi, il furioso movimento tellurico sotto la superficie della musica di plastica era chiaramente percettibile a chiunque desiderasse mettersi all’ascolto. Si cercava di capire come sarebbe stato possibile creare un’alternativa alla musica italiana “sanremese”, ai cantautori che ancora se la menavano con le solite storie ideologiche (tranne un caso di notevoli eccezioni), al vuoto lasciato dai grandi gruppi degli anni ‘70. I fermenti sono interessanti perché suggeriscono potenzialità, disegnano ipotesi di sviluppo creativo. A Milano si stava consolidando una nuova casa discografica indipendente, destinata a fare storia nella discografia italiana, la Vox Pop. Uno dei primi dischi usciti per questa neonata etichetta fu “Blues get off my shoulder” dei Carnival of Fools, band che ruotava attorno alla figura di Mauro Ermanno Giovanardi, altrimenti noto come Joe dei La Crus.
“Jesus loves the Fools” è il documentario diretto da Filippo D’Angelo, Dimitris Statiris e lo stesso Mauro Ermanno Giovanardi che racconta questo squarcio d’Italia. La narrazione di una avventura durata poco più che un lustro, con interviste a personaggi importanti di quella scena come Manuel Agnelli, Cristina Donà e Davide Sapienza, filmati live, foto e locandine dei concerti, per illustrare il mondo e l’humus culturale in cui tutto questo è avvenuto. Il sapore volutamente Off cerca di essere il più aderente possibile a quegli anni, rifuggendo dalla trappola nostalgica in cui potrebbe cadere un progetto di questo tipo. I Carnival of Fools prendono il nome da alcuni versi di una poesia di Patti Smith; Witt. “Un carnevale dei pazzi, dei sedotti e degli abbandonati”, recitati nel documentario da Violante Placido. Il lungometraggio accompagnato dall’uscita del doppio CD The Carnival of Fools – Complete Discography 1989-1993, pubblicato dall’etichetta Area Pirata, ripercorre la storia di un gruppo che – parafrasiamo Kim Salmon dei Beasts of Bourbon, uno dei punti di riferimento artistici di Mauro – fosse stato australiano e non italiano avrebbero goduto, forse, di fama internazionale. La band arrivò ad aprire il concerto di Nick Cave and the Bad Seeds al Palalido di Milano nel 1994.
Il docufilm verrà proiettato durante l’undicesima edizione di Seeyousound al Cinema Massimo giovedì 27 febbraio. Alla proiezione seguirà un live set di Giovanardi insieme al chitarrista Marco Carusino. In occasione di questa serata abbiamo scambiato due parole con Mauro per farci raccontare qualcosa di più su quegli anni e il lavoro che ne ha fatto seguito.

Come stai Mauro?
È un momento bello della mia vita artistica, anche importante. Non lo nascondo. Sto lavorando al trentesimo anniversario del primo disco dei La Crus con un tour celebrativo. Sono rimasto contento e sorpreso dall’uscita del disco/raccolta che racchiude tutta l’opera dei Carnival Of Fools. E ovviamente del lavoro fatto sul documentario e delle presentazioni come quella in programma a Seeyousound. Non mi aspettavo un calore del pubblico così entusiastico; è una narrazione collettiva su quella stagione musicale e ho percepito che ha un effetto potente su chi l’ha visto.
Ho chiesto a Manuel Agnelli, Cristina Donà, Giacomo Spazio, Davide Sapienza e tanti altri di raccontarsi. Parliamo sì dei Carnival, ma in realtà degli anni ’80 e di come si faceva musica in quel periodo, della scena musicale milanese. Ci sono gli sguardi di ognuno di noi e ognuno si racconta come ha vissuto quella stagione. Sono rimasto sorpreso, trovare giovani sbalorditi dalle cose che scoprivano con questo lavoro, ed è stato gratificante. In particolare il fatto che tutte le persone con cui ho parlato mi abbiano detto che il disco dei Carnival nonostante abbia quasi 40 anni suoni molto attuale. Un’esperienza che mi sta regalando tantissime soddisfazioni. È come se stessi raccogliendo il lavoro seminato in tanti anni.
Il documentario “Jesus loves the fools” si apre con la voce di Hugo Race dei Bad Seeds, che con il suo accento italo australiano vi dice che avevate un suono molto australiano.
Ci ha mandato solo l’audio, probabilmente registrato con il telefono. Non riusciva in quei giorni a recuperare un videomaker professionista, e una notte gli è arrivata l’ispirazione e l’ha registrata a volo. Forse è meglio così perché l’effetto è molto fascinoso e davvero cinematografico. Quando me l’ha mandato mi ha così folgorato che l’avrei tenuto per 2 minuti a nero. Mi sembrava potentissimo.
L’anno scorso a Seeyousound proiettavamo il documentario sulla carriera dei Birthday Party. In qualche modo i vostri film si collegano con un filo rosso. Cosa vi ha ispirato di più per arrivare al suono dei Carnival of Fools?
A me piaceva di più la scena americana rispetto a quella inglese. Perché recuperava i suoni anni 50 ingerendola, masticandola e risputandola fuori con un ottica più punk E rimasi davvero ammaliato da questo. Gruppi come Gun Club, Cramps, la scena australiana con Birthday Party, Bad Seeds, Beasts of Bourbon lo facevano e mi piaceva tantissimo. Usavano questo approccio, inconsapevole se vuoi, nell’unire amore e fascinazione di certe radici musicali. io in egual misura ho cercato di metterci dentro anche i suoni con cui sono cresciuto. Mia madre, che mi ha avuto poco più che diciottenne, aveva la casa cosparsa di 45 giri e mi diceva che stavo attaccato al mangiadischi 24 ore al giorno. Ho assorbito logicamente una melodia più italiana che anglofona. E le mie esperienze sono quindi l’unione del suono punk che avevo scoperto e quello con cui sono cresciuto. Senza neanche accorgersene. È venuto fuori in maniera naturale.
Come mai avete scelto di cantare in inglese?
In quel periodo in Inghilterra e negli Stati Uniti la new wave, il punk, il post punk erank le avanguardie musicali, mentre e in Italia eravamo ancora legatissimi alla canzonetta sanremese. Per staccarci da questo modello tutti noi si è scelto l’inglese. Del resto i gruppi tedeschi e francesi di quegli anni cantavano anche loro in inglese. Poi verso la fine degli anni ’80 abbiamo capito quanto fosse importante farci comprendere da chi stava sotto il palco, davanti a noi. E poi in Vox Pop, di cui sono stato uno dei membri fondatori, arrivavano settimanalmente un sacco di demo. E via via sempre di più in italiano. Abbiamo intuito che, proprio per la nostra tradizione canora, se cantavi in inglese era difficile entrare anche minimamente nel mercato. Ad un certo punto ha prevalso la consapevolezza che per far diventare quella passione un lavoro era meglio cantare nella nostra lingua. Ma quando tutti noi abbiamo iniziato, proprio non ce ne fregava nulla. Eravamo troppo radicali e convinti che quel tipo di musica lì andasse cantata in inglese..
C’era un’idea utopistica dietro la nascita dell’etichetta Vox Pop?
In realtà è nata per divertimento. Non ci siamo mai posti il dilemma di fare qualcosa di idealistico. Volevamo essere una etichetta che stava in piedi cin le proprie produzioni.
Come racconta Manuel nel docufilm non volevamo fosse un hobby, ma da subito una sorta di impresa. Magari un po’ sprovveduti perché non avevamo la maturità imprenditoriale, ma l’approccio era molto determinato.
Com’è stato aprire il concerto di Nick Cave and the Bad Seeds nel 1994?
Straordinario. Il compimento di un percorso. Fosse successo un paio d’anni prima avrei sicuramente pagato più dazio. Invece in quei mesi stavo giá chiudendo il primo disco dei La Crus, a cui abbiamo lavorato quasi 3 anni. Nella mia testa in quel momento stavo mettendo piano piano nel cassetto il progetto Carnival, che per me stava arrivando al capolinea, per cui è stato meno pesante da un punto di vista emozionale. È stato più facile da gestire perché avevo testa cuore ed energie investite nella nuova avventura che musicalmente era agli antipodi. Eravamo i primi in Italia, parlando del lavoro dei La Crus, a lavorare con i campionatori cercando di mutuare la metodologia dell’hip hop, dove al posto di rappare, cercavo una via a una nuova canzone d’autore. Super intrigante e appagante, perché c’era molta sperimentazione. Quindi lontanissima da quello a cui avevo fatto con i Carnival. Ma nonostante ciò, la serata del concerto come supporto ai Bad Seeds fu davvero emozionante e memorabile
Nel documentario racconti che in quel concerto Nick Cave ci provò con la tua ragazza.
Ma di brutto proprio! Fu molto imbarazzante per entrambi. Era un idolo tanto per me quanto per lei. Ma la sfrontatezza di Nick era assurda. Ci ha provato tutta la serata e ad un certo punto mi disse: “vedi se io mi trombo la tua donna, ti do la possibilità poi di scrivere dei pezzi più… sofferti”
Veramente uno stronzo. Pensa che spesso Nick faceva capolino a Palermo perché Anita Lane, la donna della sua vita, stava lì. E un ragazzo di Palermo dopo aver visto il documentario mi disse che anche a lui era capitata esattamente la stessa cosa. Ci aveva provato con la sua donna e gli aveva detto la stessa frase! Evidentemente era un suo modus operandi.
Hai influenzato molte persone, indirizzandole verso la musica. Che effetto ti fa?
Bella domanda. Non può fare altro che piacere avere in qualche modo tramandato un approccio, una visione. Un modo di essere e di fare. Far capire quanto le proprie passioni siano importanti e facciano bene all’anima è bello. Che i propri sogni devi inseguirli fino in fondo. Fino a spaccarsi. Chi fa il nostro lavoro, ha la fortuna di lasciare un piccolissimo segno del nostro passaggio su questa terra, ed è un dovere morale, rispetto a chi questa fortuna non ce l’ha, di dare il 110%. Se dopo un nuovo disco, non sono stremato, vuol dire che non ho fatto il mio dovere come artista.
Riformeresti i Carnival of Fools oggi?
Me lo stanno chiedendo in tanti, ma la mia risposta è sempre no. Ho cambiato modo di cantare. Molto più intimista, molto più da crooner. Nei live set che sto facendo dopo le proiezioni è come se avessi un approccio più alla Johnny Cash di quello che erano i Carnival. Non voglio scimmiottare quello che non sono più. L’arte è un’altra cosa. Il mio sentire, musicalmente, è cambiato rispetto a 35 anni fa. Sono maturato. Fortunatamente. Mi metto e mi sono messo alla prova in continuazione per non rifare il verso a me stesso. Sempre. E infatti sono molto contento appunto dei live set che stiamo facendo, in cui racconto musicalmente l’evoluzione musicale di quel periodo.
Ora però sono anche molto impegnato con il mio nuovo disco di inediti, che è pronto già da prima che uscisse l’ultimo disco dei La Crus ed è la mia vera priorità. Ci ho lavorato tanto e non vedo l’ora che esca




