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SYS7 LP DOC

THIS FILM SHOULD NOT EXIST
Dal mio sedere escono mele d’oro. Se le cose andassero come vorrei, vi spaventerei tutti.
SCHEDA DEL FILM
A SONG CALLED HATE
Borchie e rock’n’roll oltre il Muro del Pianto.
SCHEDA DEL FILM
RONNIE'S
Se fossi stato un uomo d'affari non avrei aperto un jazz club.
SCHEDA DEL FILM
IN A SILENT WAY
L’inafferrabile anima del suono.
SCHEDA DEL FILM
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LP DOC

Qual è l’idea di cinema che si prefigura per l’immediato futuro e qual è l’idea di documentario vista la complessa questione del in-presenza? Ma soprattutto cosa e come può vedere un mondo in assenza, una macchina da presa abituata ad indagare tra le pieghe del reale seguendo una prossemica non viziata dal distanziamento?

L’unica cosa che possiamo dire oggi è che più il mondo di ieri ci manca, più questo sembra inafferrabile. A fronte di ciò forse anche il cinema e la musica si stanno inesorabilmente smaterializzando?

I film di questa 7ima edizione ‘ridotta’ sembrano impropriamente rimandare a questa mancanza portandosi dietro una sorta di “istruzioni per l’uso” su come ingannarla.  Per un festival che quest’anno non esiste se non per l’idea di farci resistere e farci sentire ancora vivi, pur segregati tra le mura del nostro rifugio “antiatomico”, ecco dunque quattro film che rimandano a un’idea di possibilità nell’impossibilità in cui si riflette lo stesso spirito eroico di SYS.

In A Song Called Hate, di Anna Hildur, l’urgenza di dare voce al problema palestinese viene soffocata ancor prima di potersi alzare in uno degli show internazionali più pop tra fuochi d’artificio, esibizioni in pelle e borchie e beat elettronici.

In A Silent Way, Gwenaël Breës, regista belga, si ritrova a indagare sui Talk Talk e sul mistero Mark Hollis con il piede sbagliato, senza nessun contributo da parte della band, riuscendo però a imbarcarsi in un imprevisto viaggio iniziatico nell’imponderabile.

This Film Should Not Exist (produzione indipendente e in parte torinese) nasce, come indica il titolo, dall’impossibilità di riuscire mettere insieme i pezzi di un percorso fatto di fortuite coincidenze, alla ricerca dell’autenticità perduta del r’n’r’ all’insegna del non-politically-correct.

In Ronnie’s di Oliver Murray, si guarda indietro nel tempo con sguardo nostalgico nel caldo e sotterraneo mondo del jazz che a Londra ruotava intorno all’omonimo e celebre locale fondato dal sassofonista Ronnie Scott, da cui traspare un mondo che forse non sarà più.

Insomma quest’anno tutto viaggia sul filo dell’imperdibile paradossale.

Paolo Campana / Curatore

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