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La Belladonna è una della erbe più usate in farmacologia, svolge un’azione antispamodica e broncodilatatrice. In antichità veniva anche utilizzata come anestetico. ll suo uso medicinale però è piuttosto tardivo perché la Belladonna a seconda del dosaggio può diventare letale. È conosciuta anche con il nome di “erba delle streghe”, perché si credeva venisse utilizzata durante i sabba. A una prima fase eccitatoria e allucinatoria seguono i classici sintomi dell’avvelenamento: l’intossicazione porta disordini motori, disturbi cardiovascolari e infine paralisi respiratoria. La stessa parola che utilizziamo oggi, farmaco, deriva dal greco phármakon e, a seconda del contesto, poteva significare medicina o veleno. La musica è questo, un farmaco che può curare, anestetizzare, provocare allucinazioni o uccidere a seconda del dosaggio.

Zhao, in To Live to Sing, la usa per respirare e non far soffocare il suo quartiere tra i grattacieli. Menachem, in Geula, per far cicatrizzare le ferite del passato e curare quelle che il presente gli sta provocando. Per David, in Days of the Bagnold Summer, è un anestetico, una valvola di sfogo, mentre per Carlos, in Esto no es Berlín, è una droga eccitante: causa risa, urla, movimenti di danza, sensazione di lievitazione, ma anche, a volte, principi di avvelenamento. Anche a Asuka, in Birdsong, provoca allucinazioni, ma per lei i sogni diventano incubi. Rodrigo, invece, in El Potro, abusa della sostanza; per curare il suo ego ha bisogno di dosi sempre più forti.

Francesco Giugiaro
Curatore