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LA CUCINA A FORMA DI DISCO

LA CUCINA A FORMA DI DISCO

Di Paolo Campana

Il rapporto tra cucina e musica ha radici profonde che si perdono nella notte dei tempi ed è legato in senso antropologico alla ritualità. Non abbiamo bisogno di risalire ai banchetti rinascimentali dove musica e danze accompagnavano abbondanti portate o, prima ancora, alle sontuose cene di Lucullo (117 a.c. – 56 a.c.) nell’antica Roma, dove le ostriche fatte giungere dal Mar Nero erano abbinate alle danze delle odalische, per comprendere il legame di due arti in perfetta sintonia, l’una al servizio dell’altra quale fonte di ispirazione, metafora o accompagnamento.

Oggi il naturale proseguimento di questo connubio lo ritroviamo nelle feste dei piccoli paesi dell’Europa meridionale come Francia, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. In Sicilia la sagra del pesce spada di Aci Trezza accompagnata dalla musica tradizionale dell’isola o le sagre della ‘porchetta’ di maiale tipiche dell’Emilia Romagna, annaffiate da ettolitri di vino Lambrusco e dal tipico ballo ‘liscio’ delle orchestrine che suonano mazurca, polka, valzer, sono esempi di un folklore locale che non vuole tramontare.

Nel lontano passato la cura del legame tra cibo e musica fu anche affidata a veri e propri esperti organizzatori. Tale Cristoforo di Messisbugo che a cavallo tra il ‘400 e il ‘500 servì alla corte di Ippolito d’Este a Ferrara, in Italia, aveva il compito non solo di selezionare raffinate leccornie, ma di assoldare musicisti capaci di intrattenere gli ospiti con liuto, arpa, cetra e flauto. Questi banchetti, detti anche ‘conviti’, finirono per ispirare opere come Il Convito Musicale nel 1597, una raccolta di madrigali composti dal modenese Orazio Vecchi.

Nel melodramma il rapporto cibo-musica fa spesso capolino: in Così Fan Tutte di W.A. Mozart è omaggiata la cioccolata così come nel Don Giovanni si parla del vino marzemino e nel Falstaff di G. Verdi si menziona il fagiano al forno. Il caso più eclatante riguarda però il compositore G. Rossini, cuoco appassionato che spesso nutriva i suoi spartiti con i sapori della tavola. Noto per le sue ricette elaborate, il musicista italiano sperimentò fantasiose fusioni tra la cucina emiliano-bolognese e quella francese. Piatti come i tournedos di filetto di manzo riscoperto di fois gras non gli valsero però da parte dei colleghi operisti la stessa fama che aveva come musicista. Una sua raccolta pianistica dal titolo Péchés de vieillesse contiene diversi brani ispirati a ingredienti della tavola e a lui sono dedicate alcune ricette come il Filetto alla Rossini, i Maccheroni alla Rossini o l’omonimo cocktail.

Da ieri all’oggi la carrellata di piatti dedicati a star della musica non mancano. A tal proposito non si può non citare il Fool’s Gold definito il panino del Re del Rock, Elvis Presley: una follia gastronomica ripiena di burro di arachidi, banane e bacon impanata nell’uovo sbattuto e poi fritto nel burro. Nessun problema con il colesterolo, ma provate ad associare un bel croque-monsieurs a Johnny Hallyday!

Di conseguenza il cibo spesso ha anche abitato i microsolchi dei dischi insinuandosi nel pop sotto svariate forme e con differenti significati. Nel singolo di Léo Clarens y su Orchestra, le sonorità exotic del brano Shish Kebab animavano le danze del ventre di qualche resort turistico negli anni ’50 rievocando il banchetto di un harem. Pochi anni più tardi la black music omaggiava il popcorn – senza tralasciare la bianca hit strumentale che lanciò il moog dal titolo omonimo di Gershon Kingsley – con le The Supremes (Buttered Popcorn) e James Brown (Mother Popcorn), come veicolo di erotismo. Ma il brano più esemplare nel campo della sensualità è Lady Marmalade di Patty Labelle, che negli anni ‘70 infiammava il dancefloor, metamorfizzando il cibo in fluido sessuale: Mocha Chocolata, ya-ya (ooh, yeah) / Creole Lady Marmalade (What-what? What-what?) Ooh, oh Voulez-vous coucher avec moi, ce soir? / Voulez-vous coucher avec moi? Yeah, yeah, yeah, yeah…

Non meno esplicito l’erotismo culinario sulla celebre copertina di un album di Herb Alpert and Tijuana Brass, Whiped Creams and Others Delight, dove una ragazza nuda vestita di panna si lecca le dita come per avvisare l’ascoltatore riguardo la carica di un genere musicale adatto a situazioni di intimità, in pieno stile Bachelor Pad Music.

Ancora dolci con il brano dei The Beatles, Savoy Truffle, dal White Album (1968), in cui si racconta della vorace passione di Eric Clapton per i cioccolatini o con la celebre torta che gira su vinile della copertina di Let It Bleed (1969) dei Rolling Stones, chiaro invito a un’iperglicemia ‘stupefacente’.

Tralasciando l’incredibile mole di album lounge dedicati agli aperitivi con sontuosi cocktails a base di shaker, Martini e olive, in copertina che meriterebbe un discorso a parte (tra tutti ricordiamo Cugi’s Cocktails di Xavier Cugat and his Orchestra del 1963, in cui ogni brano ha il titolo di un cocktail o alcune raccolte della serie UltraLounge uscita a fine anni ‘90), voliamo più terra-terra con il jazz di Brother Jack McDuff che nella copertina di Down Home Style (1969), mostra un piatto di costine di maiale, fagioli e verdure o Eggs and Sausage di Tom Waits (1975), esempi tipici della ‘pragmatica’ cucina anglosassone. Verso un gusto salato, virano anche i Can con la latta di Ege Bamyası o il più recente The Spaghetti Incident? dei Guns&Roses, esempi di cibo industrializzato metafora della mercificazione di massa della musica.

Tralasciando i colorati cappelli a base di frutta di Carmen Miranda, al latin jazz e alla musica salsa vengono abbinate per la sua matrice ‘hot’ sempre salse piccanti, spezie, peperoncini e tacos come sulle copertine degli album di Cal Tjader, Mongo Santamaria o Poncho Sanchez

Per ritornare alla tradizione, in Italia una certa poetica del ‘piacere della tavola’, si è da sempre incarnata nella forma canzone ricercando la sublimazione dei più reconditi desideri. Si passa dalla vena più autoriale con la garibaldina La Pappa al Pomodoro (1964) della cantante beat Rita Pavone, la lounge di Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè di Fred Bongusto o la sensuale eleganza di Un Gelato al Limon di Paolo Conte, al trash che vede nel cibo lo sfogo di un’insaziabile trivialità: basti pensare al potere taumaturgico di Fagioli degli Skiantos, fautori del rock-demenziale (I fagioli non posso più mangiare / I fagioli mi fanno vomitare / I fagioli non riesco a digerire / I fagioli mi fanno soffrire / Fagioli, fagioli, fagioli, fagioli…), ai salvifici dolci napoletani con Il Babà è una cosa Seria, di Marisa Laurito, presentatrice televisiva resa celebre dalla pubblicità di una nota marca di pasta, alle allusioni spinte di Gelato al Cioccolato (un po’ dolce, un po’ salato…), di Pupo, sino ad arrivare all’oggi con la bruciante trap di Bello Figo con Pasta con Tonno sul cui testo si potrebbe scrivere un trattato di sociologia: Tutti sanno che, mangio pasta, pasta / Con tonno, con tonno, con tonno, con tonno. Sembro italiano, mangio solo pasta. Se non è pasta, allora sarà pizza / Alle mie serate, mangio solo pizza / Dopo serata, mangio solo figa.

Il caso più esemplare di questo rapporto ‘villano’ con il cibo però ha però il suo degno rappresentante in Francia in Nino Ferrer con la canzone Les Cornichons in cui lo chansonnier racconta il pic-nic bulimico di una famiglia figlia del boom economico che cerca riparo dalla metropoli portandosi però dietro, ironia della sorte, il meglio del supermercato sottocasa (On est parti, samedi, dans une grosse voiture / Faire tous ensemble un grand pique-nique dans la nature / En emportant des paniers, des bouteilles, des paquets / Et la radio! / Des cornichons / De la moutarde / Du pain, du beurre / Des p’tits oignons / Des confitures / Et des œufs durs / Des cornichons…).

Con il reggae di Food for Thought degli UB40 (1980), il cibo sembra invece acquistare una valenza quasi salvifica che si pone tra la politica e il misticismo rastafari (Eat and drink rejoicing, joy is here to stay / Jesus son of Mary is born again today / Ivory Madonna dying in the dust). Musica come cibo per la mente? Un po’ come in Camembert Electric dei Gong, dove infilare l’udito in una melassa sonora finisce per aumentare la percezione.

Sicuramente, in questo caso partendo dal contenuto, l’elemento simbolico-concettuale appare più evidente, ma era forse quello che predicava Brian Eno estendendo il concetto alla sfera del suono quando produsse l’album dei Talking Heads: More Songs About Buildings and Food (1978).

Il piacere del cibo come piacere del suono… sembra quasi una filosofia che sottende gli anni a venire dove la ricerca tramite l’uso della tecnologia permette di addentrarsi in nuovi terreni per sperimentare, in un’ottica edonistica, nuovi sapori acustici. Ne sono consapevoli la polistrumentista Yuka Honda e la cantante Miho Hatori che con la loro formazione Cibo Matto verso la metà degli anni ’90 stanno all’elettronica come un cuoco sta in cucina.

Insieme a loro altri due campioni del trip-hop prodotti dall’etichetta inglese Ninja-Tune tra cui DJ Food e Funki Porcini. Il primo, un collettivo fondato da Matt Black e Jonathan More (Coldcut), seguiti poi da Strictly Kev (Kevin Foakes) e Patrick Carpenter, irrompe sulla scena con l’album A Recipe for Disaster, un Lp sulla cui copertina una pizza adagiata sul Technics 1200 rappresenta l’attitudine dei dj-producer a nutrirsi dei più svariati sample musicali per poi risputarli rimasticati e ricomposti nel microsolco con ritmiche sincopate (il loro logo è rappresentato non a caso da delle posate). Il secondo, alias James Braddell, un regista e musicista con una curiosa esperienza pare come cuoco in Italia (forse appassionato di risotto ai funghi?), che esordisce ritraendo sulla copertina del suo album Hed Phone Sex un wurstel bruciacchiato.

Dopo questo excursus potrebbe non risultare peregrina l’idea di associare musica e cucina anche in ambito performativo performativo artistico. Dalla surreale Alan Psychedelic Breakfast, dei Pink Floyd di Atom Heart Mother (1970), in cui il protagonista è immortalato dal microsolco mentre frigge uova e bacon (“Oh… Er… Me flakes… Scrambled eggs, bacon, sausages, tomatoes, toast, coffee… Marmalade, I like marmalade… Yes, porridge is nice, any cereal… I like all cereals… Oh, God. Kickoff is 10am” ), alle action situazioniste degli ’80 del poeta demenziale Freak Antoni, voce della band Skiantos, in cui il lancio di ortaggi sul pubblico si alternava agli spaghetti cucinati dal vivo sul palco. Negli anni 2000 quest’eredità sembra essere stata raccolta dai DJ set degustativi degli happening del collettivo di artisti tedesco Transnational Republic. Piatti forti per agitare i sensi di questi party a cura del loro dj e fondatore storico, George Zoche e dell’artista australiana Edwina Blush, erano le Penne all’Arrabbiata e la Papaya Salade, ricca di aglio e peperoncino tanto da far saltare in aria il cervello. Il tutto condito dalla trasognante atmosfera dei dischi di Martin Denny, Les Baxter, Yma Sumac o Perez Prado e i vapori dell’incenso.

Con questo tutti possiamo provare l’ebrezza di immaginare una ricetta da associare di volta in volta ai nostri dischi preferiti come ha fatto con i piatti condivisi sui social il mio doppelganger Dr.NO, DJ da oltre trent’anni, per il pranzo della domenica durante il lockdown. L’eversivo Entertainment dei Gang Of Four poteva così accompagnare per il 1 maggio il Gattò di Patate, una ricetta della cucina povera napoletana a base di patate, scamorza e avanzi di salumi tipici, ricoperto di pan grattato e cotto al forno. Il nome Gattò deriva dal francese gateaux e sembra voler fare il verso alla cucina francese introdotta a Napoli da Maria Teresa Lorena-Asburgo moglie di Ferdinando I Borbone a metà ‘700.

Presa in giro dell’aristocrazia o riappropriazione proletaria dell’arte culinaria?

Oasis de Il Guardiano Del Faro, musicista italiano dei ’70 al cui suono molto devono forse gli Air, ha ispirato le spruzzate di Pastis blue che hanno condito un piatto di spaghetti saltati alle vongole. Pare infatti che l’anice esalti il sapore dei molluschi, così come il suono del moog.

Per farla un po’ surreale immaginatevi di gustare un piatto di pasta al pomodoro con i dischi di Michel Fugain, del Roast Beef bruciacchiato con i Joy Division, il dolcissimo Mont Blanc con gli Abba, delle polpette vegane al coriandolo con i Dead Kennedys, birra e wurstel con i medley di James Last, il pasticcio greco con Frank Zappa, il prosciutto in gelatina con Stockhausen o delle semplici barrette dietetiche con Philip Glass… Per dirla con le parole del compositore d’avanguardia italiano Franco Battiato, dal testo del brano Bandiera Bianca che gli valse l’entrata nel mondo del pop nel 1981: “A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata / a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie…”.

Una recente ricerca dell’Università di Oxford avrebbe svelato una curiosità riguardo l’abbinata cibo e musica la quale esalterebbe i sapori delle pietanze. Ascoltando suoni acuti il nostro cervello registra il cibo come più dolce, mentre con suoni bassi il sapore di ciò che mangiamo risulta al contrario più amaro. A questo punto la questione è trovare la giusta equalizzazione. In ogni caso in italiano la parola ‘piatto’ (plat), sta anche per giradischi. Buon appetito!

Ah dimenticavo: se siete vegani potete ripiegare su Vegetables dei Beach Boys dove si sente Paul McCartney masticare.

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