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Il cortometraggio è una cosa seria. Guai a considerarlo solo un ponte fra il talento di un regista e la sua futura capacità di reggere un ipotetico confronto con i novanta minuti di un lungometraggio; una palestra dove farsi i muscoli ma con un altro, più nobile obiettivo. Sarebbe come soppesare i King Crimson insieme ai Ramones e schifare questi ultimi perché i loro pezzi durano un minuto e mezzo. L’analogia ci sembra azzeccata: il cortometraggio è un medium punk. Concede più libertà, con meno risorse. Riguarda un tipo di autenticità immediata e catartica. Si spiegherebbero altrimenti quegli autori ormai affermati che tornano volentieri a frequentare il mondo della forma breve?

Di recente lo ha fatto Yorgos Lanthimos, e il suo “Nimic” impreziosisce – fuori concorso – la selezione di quest’anno, la quale seguendo traiettorie diverse si spinge ai confini del tema musicale. La musica raccontata, la musica racconta: la propria potenza sociale (“Lazarus”), la propria sacralità (“Krzyzoki”); vocazioni sperimentali (“Bird Milk”); previsioni apocalittiche (“La Chanson”); quadri politici (“Quarantine”, “The Levers”); psicopatie (“David French…”); identità (“Darling”); panorami del contemporaneo (“Journey Through a Body”); memoria (“Mon Juke-Box”); viaggi allegorici nell’essere umano (“Listen to Me Sing”); improvvisi strappi nel tessuto del quotidiano (“Nursery Rhymes”). Dodici lavori, e altrettante sfumature, che fanno i conti con la musica e attraverso essa misurano le possibilità – immediate e catartiche – del cinema.

Matteo Pennacchia

Curatore