beaver damHorror e musical sono due generi che raramente hanno dialogato tra loro, se non in opere più tendenti al faceto che al serio, in chiave demenziale o parodica se non dichiaratamente trash. Del resto, partendo dalla connotazione più diffusa, uno è il genere cupo per eccellenza, patria dell’incubo, mentre l’altro è tra i generi più giocosi, patria del sogno e dell’illusione.

Anche per questo sorprende un formidabile cortometraggio girato nel 2010 dal canadese Jerome Gamble: The Legend Of Beaver Dam, presentato in Italia al Torino Film Festival (tra l’altro, come “cortometraggio lancio” dell’atteso ritorno di John Carpenter The Ward: Il reparto). Un musical/horror (si possono anche invertire i due termini e cambia nulla) che in 12 minuti innesta negli archetipi del cinema di paura anni ’80 una bella dose di sonorità rock e metal.

Un gruppo di piccoli scout è in campeggio in mezzo ai boschi. Come tradizione impone, la sera è trascorsa intorno ad un falò a cantare canzoni: il capo scout canta le gesta di un mostro sanguinario e maniaco che popola quei boschi, venendo continuamente interrotto da Danny (Danny Zigwitz), il bimbo più goffo, imbranato e timido della squadra: la classica vittima di bullismi e ingiustizie, come dimostra la reazione della guida stessa, che non aspettava altro che umiliarlo, costringendolo ad allontanarsi.

Il maniaco evocato dalla canzone però appare davvero, ed è proprio Danny, sfoderando una serie di acuti “metal” simbolo del suo orgoglio e della sua rivincita, a risolvere la situazione; o almeno così pare, perché il finale -che è peccato mortale spoilerare– sorprende per il ben calibrato e travolgente colpo di scena, che conferisce al film anche una chiave di lettura importante sulle psicologie infantili umiliate e scosse.

Il cortometraggio diverte -sempre almeno fino all’inquietante chiusura che difficilmente si dimentica e che rende il film non solo puro piacere immediato- sia per la parte orrorifica che per quella musicale: i due toni vanno, del resto, perfettamente a braccetto alimentandosi a vicenda. Le uccisioni, in puro stile slasher, si susseguono come fossero balletti e le canzoni seguono il climax della paura: in generale la connotazione musical impedisce al film di essere l’ennesimo ritorno sul luogo del delitto dell’horror anni ’80.

Jerome Gamble, autore della sceneggiatura e delle musiche, dimostra di avere ritmo, sia musicale che visivo, e di saper maneggiare i vari toni del racconto, compresa l’ironia, presente ma non eccessivamente dominante. È un piccolo film cupo nella sostanza ed estremamente divertente nell’immediato, dall’energia trascinante.

Il regista/musicista confermerà la sua attitudine a miscelare horror e musica con il suo esordio nel lungometraggio: Stage Fright (qui ancora inedito), dove un killer metallaro vuole sterminare i suoi nemici giurati: gli amanti del musical teatrale in stile Broadway.