81j8nsu1ifL._SL1500_Cinema e musica. Nel 1971 Peter Bogdanovich con L’Ultimo Spettacolo aveva, tra le altre cose, anche raccontato di un profondo cambiamento della mentalità e dei valori della nazione, pure con una certa amarezza e nostalgia, facendo ruotare il discorso intorno alla chiusura di una sala cinematografica e “ricordando” spezzoni di western classici: parlando, in soldoni, del cinema (come del resto tipico del regista più dichiaratamente cinefilo della New Hollywood).

Quattro anni dopo Robert Altman riprende la stessa tematica in un film altrettanto fondamentale, incentrando però questa volta il discorso sulla musica e i suoi valori identitari: stiamo parlando di Nashville, film polifonico, sia per le canzoni e le sonorità che lo rendono un sommesso musical “country” mascherato da dramma corale, sia per l’estrema capacità dell’autore di muovere le fila di numerosi personaggi, amalgamando alla perfezione le vicende di tutti – che si fondono diventando un unicum narrativo – e riuscendo e tratteggiare ogni personaggio con la stessa lucidità e la stessa efficacia.

È infatti, probabilmente, il punto più alto raggiunto dalla coralità che è una delle firme più tipiche della poetica altmaniana. Nella capitale del Tennessee (classico esempio di “città-personaggio”) durante i giorni di un importante festival country incontriamo grandi protagonisti e star di quel tipo di musica, politici, ragazze dai sogni di gloria, maneggioni di vario tipo, soldati, giornalisti e giovani ribelli.

Sullo sfondo, la campagna elettorale di un candidato repubblicano il quale mira a ribaltare alcune fondamenta dello stato, a partire dall’inno. Proprio durante il comizio finale avviene il dramma: un attentato, di cui cade vittima una problematica diva del country, e il successivo paradossale finale in cui si canta, nonostante l’atmosfera di shock, una canzone intitolata Don’t Worry Me, come un ultimo superfluo grido d’ottimismo e di speranza.

Le vicende dei numerosi personaggi si incrociano, direttamente e indirettamente, così come i momenti musicali delle esibizioni si mescolano ai momenti d’evoluzione privata e quotidiana, spesso sovrapponendosi: Altman infatti si affida molto all’overlapping (la sovrapposizione di diverse tracce sonore, o, in questo caso, di musiche e dialoghi) per rendere da un lato il più possibile compatta e fluente la narrazione,  dall’altro per creare una sensazione di confusione e di straniamento.

La musica country è infatti vista come componente essenziale di una certa cultura statunitense: tradizionalista, orgogliosa, protestante, sicura delle “divine sorti della nazione” e fondamentalmente conservatrice e repubblicana, legata a valori tradizionali. Valori che in quegli anni stavano subendo, per così dire, l’usura del tempo, messi in crisi dai traumi che avevano sconvolto la nazione e in particolare la sua auto-percezione: dalla tragedia del Vietnam al proliferarsi delle controculture, dagli scandali politici (il Watergate, mai direttamente citato ma la cui “ombra” sulle vicende è abbastanza evidente) all’onda lunga degli “omicidi Kennedy”. L’assassino del presidente avvenuto più di una decina d’anni prima è considerato la genesi delle crisi, e viene continuamente ricordato nel film, che del resto pare una rilettura dell’evento in campo conservatore, come dimostra la disperata rivendicazione del cantante simbolo nel finale: <<Continuiamo a cantare! Qui non siamo a Dallas!>>.

Tratteggiando qui con più affetto e pietà, e lì con maggiore ironia e cattiveria, ma sempre con una certa amarezza di fondo, i vari personaggi che riempiono il suo affresco, Altman realizza un potentissimo ritratto che, partendo da un certo tipo di cultura statunitense, raffigura lo spaesamento culturale e identitario così come certi cambiamenti ancora in atto e non ben digeriti dell’intera nazione. Riflessione che del resto è stato il trait d’union dell’intera carriera del regista, in particolare in quegli anni settanta (Il Lungo Addio e I Compari per fare gli esempi più celebri), e che è stata una delle fondamenta – è risaputo – dell’intera New Hollywood, come dimostra la stretta parentela con L’Ultimo Spettacolo citata all’inizio dell’articolo.

Quello che qui più interessa è però la capacità di dare ad un intero genere musicale una forte connotazione identitaria, e di inserire alla perfezione musiche e canzoni nella narrazione, rendendole un tutt’uno con le vicende dei personaggi e della Storia e con le sue varie chiavi di lettura. La canzone forse ancora oggi più celebre, I’m easy, cantata da Keith Carradine, vinse l’Oscar, unica statuetta su 5 nomination.