di Matteo Pennacchia

Prima ancora che la musica, Strickland considera il suono. Inglese, classe 1973, dopo un revenge-movie girato in Transilvania con quattro lire (“Katalin Varga”, 2009), premiato a Berlino per il sound design, eccolo approdare virtualmente in Italia nella penombra di uno studio di registrazione e doppiaggio: “Berberian Sound Studio” è un omaggio bizzarro e compiaciuto agli spaghetti-thriller, musicato dai Broadcast sotto l’ala della Warp Records. Nel 2014 è la volta di “The Duke of Burgundy”, altro omaggio, stavolta soft-sadomaso, a Jess Franco. Simbolico, estetizzante, morboso, nel mediare il rapporto erotico fra un’abbiente signora e la sua domestica il suono è di nuovo fondamentale, al di là della colonna sonora firmata Cat’s Eyes.

I legami con la musica si saldano: Bjork chiama, Strickland risponde e riprende il concerto londinese “Biophilia Live” con sedici videocamere HD in collaborazione con il montatore Nick Fenton.

Arrivano quindi quasi obbligati i videoclip: uno per “Instrumental 7” degli space-rockers Fliyng Saucer Attack, un collage in b/n giocato sull’intreccio fra dilatazioni sonore e (im)mobilità figurativa; l’altro per “Never Enough” del duo The KVB, ambientato fra manichini e trapani odontoiatrici, sempre nel segno di certo B-cinema anni Settanta.