Steve Albini – Foto Pitchfork

di Matteo Pennacchia

Spegne oggi cinquantacinque candeline Steve Albini, padre putativo delle sonorità grezze e immediate di dozzine di album dalla metà degli anni Ottanta ai giorni nostri.

Figlio di immigrati torinesi, Albini inizia a frequentare gli ambienti hardcore di Chicago in veste di studente di giornalismo. Dalla redazione di articoli per le fanzine ai palchi della scena undergorund: nel 1982 nascono i Big Black, autori di uno sporchissimo post-punk che già prefigura quella che sarà la sua filosofia artistica quando passerà da lì a poco dietro il banco del mixer. Con svariati Ep e due album all’attivo, i Big Black vedono e rilanciano le derive rumoriste e industrial più radicali in procinto di esplodere, in un arco che va dai Sonic Youth ai Ministry.

Dopo di essi Albini fonda i Rapeman, poi gli Shellac (transitati in Italia di recente). Intanto comincia a produrre, tenendosi lontano dalla figura classica di produttore musicale, ritenuta troppo interferente nel processo creativo delle band. Dice di se stesso di essere un semplice tecnico del suono e rifiuta sistematicamente le royalties che invece potrebbe far valere sugli album a cui contribuisce. “Fuck digital”, scrive sul retrocopertina del secondo disco dei Big Black. Negli studi in cui lavora prima di erigere i suoi Electrical Audio nel 1997 impone il proprio metodo di registrazione analogico, urgente, teso a catturare l’intensità della musica facendo a meno di mediazioni, artifici, perdite di tempo; senza per questo assumere nel nuovo millennio ottuse posizioni di chiusura verso le moderne risorse di diffusione musicale online.

Se il gruppo più famoso a lui associato restano i Nirvana di “In Utero”, registrato in due settimane nel 1993, prima e dopo di loro la lista è infinita: dai grandissimi Jesus Lizard ai Pixies, passando per Jon Spencer, PJ Harvey, i math-heroes Don Caballero, i nostrani Uzeda, i nippo-casinisti Melt-Banana; e ancora Neurosis, Mogwai, Gogol Bordello, perfino Iggy Pop e la coppia Page & Plant gli si affidano una tantum. Ma esulando da una sfilza di nomi che potrebbe continuare per pagine intere, l’influenza di Albini è riscontrabile in una determinata maniera di intendere tutto il rock (più o meno) indipendente contemporaneo.